Foghat - "Under The Influence"

recensione
La questione è certamente più spinosa di quanto non si possa credere, perché, dopo aver fatto la storia del rock con dei veri pesi massimi usciti nel cuore degli anni Settanta, la band è andata man mano eclissandosi nella gloria dei grandi risultati e successivamente nel silenzio delle scomparse più importanti. Parlare di Foghat nel 2016 equivale inevitabilmente al fare i conti con il passato, principalmente perché della formazione storica sono rimasti soltanto Roger Earl (batteria) e Craig MacGregor (basso – che si aggiunto al gruppo nel 1976), mentre Dave Peverett e Rod Price sono scomparsi rispettivamente nel 2000 e nel 2005.
Non è il primo album della band orfana del suo cuore creativo, infatti Under The Influence (finanziato con una campagna di crowdfunding) arriva dopo Last Train Home (2010), portando con sé la stessa dose di scetticismo e difficoltà di digestione che aveva caratterizzato quest’ultimo....
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Bryan Bassett, Jeff Howell e Charlie Huhn completano la lineup di una band che arriva al 2016 presentando undici nuove tracce che ben si comportano nello sfoggiare un solido mix di rock e blues così come si vorrebbe sentir fare dal gruppo in questione, ma mostra tutte le mancanze di una formazione completamente smembrata del suo spirito. I brani di Under The Influence funzionano, e non potrebbe essere altrimenti, perché i musicisti presi in causa sono tutti di alto rango, ciò che fa storcere il naso è la tendenza all’assomigliare vagamente a quello che la band era solita fare nei suoi anni migliori, ma alla riuscita finale manca qualcosa di fondamentale: la vita.
I brani mancano di vita, e con questo s’intende la mancanza di motivazione dietro ad un nuovo album firmato da un gruppo che fondamentalmente non esiste più. A solidificare questo pensiero in maniera inamovibile arriva la re-interpretazione di Slow Ride, forse il brano più famoso dei Foghat, che in Under The Influence, per quanto ben eseguito, risulta essere soltanto un’autocaricatura di poco rilievo.
Purtroppo l’eredità del gruppo è tale da cancellare ogni sforzo compiuto per ravvivare un fuoco divenuto cenere da troppi anni. Se siete in grado di non guardare al nome del gruppo in copertina, troverete in Under The Influence più di un buon brano per solleticare il vostro gusto blues-rock, in caso contrario sarà sempre meglio tornare a quei ruvidi, spigolosi ma sempre cantabili album degli anni Settanta.
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